Mafia, CasaPound: omaggiare Impastato giusto e doveroso

16 05 2011

Palermo 16 maggio – “Quello di CasaPound Palermo a Peppino Impastato è stato un giusto e doveroso omaggio alla figura di un giovane che ha pagato con la propria vita l’impegno a liberare la Sicilia dal dominio mafioso”. Così Cpi risponde alle accuse della Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, che aveva contestato al movimento presieduto da Gianluca Iannone il diritto di ricordare l’attivista comunista ucciso dalla mafia.

“Pur riconoscendo che il suo percorso politico è stato radicalmente diverso dal nostro – continua la nota di Cpi Palermo – Peppino Impastato merita di essere rispettato a prescindere dagli schieramenti. Ci sembra assurdo che su un tema delicato come quello della lotta alla mafia si pongano dei paletti e verrebbe il sospetto che semmai siano altri, a sinistra, a volere strumentalizzarne le figure più significative per tornaconti politici. Ciononostante, non abbiamo la benchè minima voglia di alimentare polemiche né divisioni.

Per il resto – conclude la nota CasaPound Italia – non abbiamo bisogno di appropriarci di nessuno, i nostri riferimenti li abbiamo già e nessun ‘gendarme della memoria’ può permettersi di impedire che possa esserci rispetto tra avversari. Contano gli uomini, non le etichette”.





Noi e Paolo Borsellino

22 07 2010

Fernando Massimo Adonia http://fascinazione.blogspot.com/

La destra vive di eroi. Sopratutto quella più radicale e nera. Questo è un tratto antropologico inconfondibile. Un tempo si sarebbe parlato più facilmente di “esempi”. Anni in cui «l’essere esempio» era un imperativo categorico dalle tinte crepuscolari. Ma oggi è più rapido dire eroi. Complice Marcello Dell’Utri, autore di un pasticciato e perseverante «Mangano eroe». Esternazione che ha fatto saltare sulla sedia la giovane destra siciliana, realtà che negli ultimi anni ha saputo saldare senza ambiguità la parola eroe al volto e al martirio di Paolo Borsellino, il giudice palermitano strappato alla vita nel ’92 a neanche due mesi dall’attentato che ha ucciso l’amico e collega Giovanni Falcone.

Quella era un’epoca di sangue, rabbia e smarrimento. Per non sprofondare i ragazzi del Fuan e del Fronte della Gioventù si aggrapparono disperatamente all’icona di quei due servitori dello stato uccisi. I muri di Sicilia furono inondati da un manifesto semplice e diretto: una foto di Falcone e Borsellino sorridenti sormontata dalla scritta «ideali in cui credere, esempi da seguire». Per molti ragazzi quel prodotto di tipografia divenne un poster affisso alle pareti della propria cameretta. Un faro, uno stimolo, un mantra. Ma in quella tipica esperienza da teenager c’era poco di adolescenziale. Un’inquietudine vibrante guidava gli occhi di quei giovani. Fuori da quelle stanze c’erano dei soldati armati: “i vespri siciliani”. Una situazione surreale. Tutto questo mentre in quegli stessi anni da Siracusa, un giovanissimo Fabio Granata sensibilizzava i siciliani sulla lotta del popolo irlandese per la libertà, diffondendo le immagini di una Belfast presidiata dalle truppe di “Sua Maestà”. Stessa soluzione che il governo adotto per la Sicilia: le forze armate. A pensarci dopo 18 anni un brivido attraversa la schiena. Nel «granaio d’Italia» si viveva un clima da guerra. Un’atmosfera degna di Kabul e Gaza. Questa è l’eredità di quei giorni.

Oggi, la memoria di quei morti continua ininterrotta. Ma non è un mero sforzo mnestico. C’è qualcosa di attuale e urgente: la mafia in Sicilia non è mai stata sconfitta, nonostante i duri corpi inferti, e la mentalità entro cui i “picciotti” nuotano continua a essere intorbidita. Per questo il ricordo di Borsellino è sempre più ineludibile, un santo civile a cui appellarsi, alla stessa stregua di Agata, Lucia e Rosalia. Un’ àncora in una terra che sprofonda nei propri drammi e nelle proprie contraddizioni. Dove appellarsi alle forze di un santo è il modo migliore per darsi coraggio e dirsi “se lui ce l’ha fatta, ce la posso fare anch’io”. Ma a fare che? A rimanere persone dignitose, veri uomini, nonostante l’afa soffocante del potere mafioso. È in quella morte da martire che riposa la forza di Borsellino, il suo bagaglio ideale, il suo vissuto. Una morte per certi versi ancor più tragica rispetto a quella di Falcone, accettata con mitezza e determinazione dopo aver visto i brandelli di carne dei propri colleghi sparsi a Capaci.

Di questa mistica funerea la destra ne è imperniata fin nelle midolla. Basti leggere il testo postumo di Giano Accame, La morte dei Fascisti. Lì viene spiegato con melanconica dolcezza il testamento ideale del fascismo, documento scritto con gli ultimi istanti dei fascisti stessi: con le loro parole, con il loro passo, con la loro dignità. Ebbene, Paolo Borsellino era fascista. Simpatizzava per l’Msi quando ancora la ricetta postfascista di An non era stata ancora sperimentata. Nel documentario “Paolo Borsellino: una vita da eroe” di Lucio Miceli e Roberta Di Casimirro, nato da un’idea di Mauro La Mantia e Francesco Ciulla, la militanza giovanile a destra del giudice è raccontata con tratti inediti e inoppugnabili. Ma anche la formazione culturale e i valori guida della sua vicenda umana e professionale. Il ritratto che ne esce non può non inorgoglire quei giovani attivi nella globosfera destra della politica isolana.
Questo legame con Borsellino nasce innanzi tutto da questa continuità politica mai rinnegata. Basti ricordare la partecipazione del giudice alla festa nazionale del Fdg a Siracusa nel 1990. In un certo senso gli eredi del Fdg si sentono ancora in debito per quella visita tanto gradita. Ecco perchè l’onere della fiaccolata annuale in via D’Amelio. Ma i giovani di destra non lo amano solo per questo. La sua vicenda copre una buco nell’immaginario della generazione attuale: lui è l’eroe normale, colui che ha combattuto la sua guerra nel mondo attuale, tra scartoffie e appunti. L’eroe che per saperlo morto non bisogna andare in Bolivia o in Romania. In un mondo borghese e imborghesito, lui è un esempio di ribellione nobile e cristallina. L’interprete di una battaglia vissuta oltre gli scricchiolanti steccati delle ideologie. Quelle stesse illusioni che sono state sconfitte dal XX secolo. Un eroe non preconfezionato.

Il primato di Borsellino nell’immaginario dei giovani attivisti della destra è forse più solido oggi che diciotto anni fa. Il Fdg non esiste più. L’Msi e An neppure. Oggi esiste un Pdl balbettante sulla questione morale, con gli ex-leader di Via della Scrofa che concorrono a tirarsi la coperta della giustizia e della legalità. Gianfranco Fini in testa, con una presenza sospetta alla fiaccolata di quest’anno, letta dagli analisti come l’ennesimo contrappunto anti-Cav. Ma esiste anche una galassia non-conforme a destra, che raccoglie le esperienze di CasaPound e dello Spazio Libero Cervantes di Catania, che è aliena a questi posizionamenti di partito, ma che guarda a Borsellino con rispetto, onore e speranza.
Da queste realtà, che per questione di età non hanno conosciuto vivo Paolo Borsellino, arrivano quelle sollecitazioni positive per superare annose divisioni e artificiosi distinguo propri dell’area radicale, in favore di un simbolo, di un uomo. Da lì arrivano anche quegli impulsi che vogliono un’azione concretamente antimafiosa non ferma alla sterile e isterica denuncia -cosa di cui vengono spesso accusati i “no-mafia” di sinistra- ma con i piedi ben saldi in un attivismo sociale che nei fatti è intrinsecamente agli antipodi alle logiche dalla criminalità organizzata. Senza essere per forza eroi, s’intende. Anche sforzandosi, è impossibile disegnarsi in tal maniera. E questi ragazzi ebbri di realismo e vitalità lo sanno benissimo.

La rinnovata attenzione della destra, soprattutto radicale, verso Borsellino è segno che culturalmente qualcosa si sta muovendo anche da quelle parti, verso dei paradigmi di maturità politica non ancora definiti. Una destra radicale che si auto-interpreta come nuova, post-ideologia e civile. Insomma una destra che, unico caso nel panorama politico isolano, ha saputo difendere senza tentennamenti la memoria del “compagno” Peppino Impastato, mentre la sinistra arrancava e la Lega consumava i suoi pasticciati attacchi alla memoria dei morti dalle valli del Nord. Questa è la risultante pratica del ragionare per sintesi. Un pensare proteso verso il principio adamantino che gli eroi di una causa comune sono eroi e basta. Se oggi si pensa così, è anche grazie a Borsellino. Ogni realtà è i santi che si sceglie.





CasaPound manifesta in piazza la solidarietà alle vittime del racket del pizzo

12 03 2010

Palermo, 12 marzo – “Ieri i nostri militanti hanno manifestato in via Ruggero Settimo per esprimere solidarietà ai commercianti vittime del racket del pizzo”. Lo annuncia Andrea La Barbera, responsabile palermitano dell’associazione CasaPound Italia.

“La lotta alla mafia, come diceva il giudice Paolo Borsellino, è innanzitutto una battaglia culturale, per questo abbiamo esposto uno striscione e distribuito migliaia di volantini ai passanti  ritenendo assolutamente necessario contribuire alla formazione di una coscienza dell’antimafia in tutti i cittadini” – continua Andrea La Barbera – “Fatti come quelli accaduti ai locali della catena Ciro’s non dovrebbero più ripetersi e perciò auspichiamo un intervento risoluto da parte delle istituzioni che devono proteggere e non abbandonare i commercianti che denunciano gli atti intimidatori subiti”. “Non dovranno più essere considerati degli eroi ma degli esempi di legalità perchè è un dovere di tutti appoggiare sempre più apertamente chi decide di ribellarsi definitivamente al vile sistema mafioso.





Palermo, solidarietà al bar Ciro’s da CasaPound Italia e un invito al sostegno da parte di tutta la cittadinanza

2 03 2010
Palermo, 2 marzo – “CasaPound esprime solidarietà ai titolari e ai dipendenti dei locali della catena Ciro’s dopo l’ennesimo tentativo intimidatorio avvenuto questa notte presso il locale di via Leonardo Da Vinci”. Lo afferma in una nota Andrea La Barbera, responsabile palermitano di CasaPound Italia.

“Sempre più locali hanno oggi il coraggio di denunciare il racket del pizzo, ma questo provoca al contempo una reazione più forte ed eclatante di quel crimine organizzato che non ha alcuna intenzione di abbandonare questo importante mezzo di sostentamento”. “E’ giunto il momento di affrontare con maggiore determinazione questa battaglia – conclude La Barbera – è nostro dovere sollecitare un appoggio sempre più aperto e incondizionato della cittadinanza a tutti i locali che decidano di ribellarsi una volta per tutte al sistema mafioso”.




Blitz di CasaPound Palermo in via Ruggero Settimo: ‘sia rispettata la libertà d’espressione sul tema delle foibe’.

15 02 2010

Palermo, 15 febbraio – “Ieri pomeriggio i militanti di CasaPound e Blocco Studentesco hanno effettuato una manifestazione di protesta in via Ruggero Settimo per denunciare la disparità di trattamento subita dalla Questura di Palermo che venerdì 12 febbraio ha preferito vietare una fiaccolata per ricordare le vittime delle foibe piuttosto che contrastare un piccolo presidio non autorizzato dei centri sociali”. Lo annuncia Andrea La Barbera, responsabile palermitano di CasaPound Italia.

“Abbiamo sfilato lungo via Ruggero Settimo per ricordare che non possono esistere cittadini di serie A e di serie B specialmente in occasione del ricordo dei 20.000 italiani massacrati e gettati nelle foibe dai partigiani jugoslavi aiutati dai partigiani comunisti italiani e dei 350.000 esuli istriano-dalmati. Tutti i partecipanti hanno indossato una maschera bianca per simboleggiare l’annullamento della libertà d’espressione, sancita dall’articolo 21 della costituzione, provocato da una cattiva amministrazione dell’ordine pubblico – conclude Andrea La Barbera – Sono stati, inoltre, scanditi cori per rivendicare l’italianità delle terre sacrificate alla jugoslavia comunista guidata dal sanguinario maresciallo Tito e distribuiti migliaia di volantini ai passanti per spiegare meglio il senso della nostra manifestazione”.

CasaPound Palermo





E ora, per cercare la verità sulla mafia, si chiede una mano a Totò Riina.

27 07 2009

riinaAiutateci a diffondere questo articolo!

http://www.censurati.it/?q=node/3885

E’ indegno per qualsiasi Paese civile mettere alla gogna un uomo che arresta un mafioso, e chiamare il mafioso stesso ad autocertificarsi sull’estraneità dei fatti.
E adesso avremmo un po’ di domande da fare alla gente, e un po’ di NOMI E COGNOMI FINORA OMESSI DA TUTTI i giornalisti “perbene”, come Travaglio, Bolzoni, Lodato, Lo Biondo, Pennarola. E per ora mi fermo qui.

Andiamo per ordine:
E’ mai possibile che nessun giornalista, nessun magistrato, nessun procuratore che si occupi di antimafia, sappia la differenza tra controllo/sorveglianza a breve termine e controllo a lungo termine?
Anche l’investigatore privato del paesino di 500 anime sa che se si deve controllare una persona per 2/3 giorni il medoto è il controllo con ripresa costante, se l’appostamento deve perdurare per settimane/mesi (perchè come dice Ultimo stesso, il fine era di controllare chi entrava e chi usciva da quella casa, quindi seguire i Sansone, e ricostituire i circuiti politico imprenditoriali) la sorveglianza costante metterebbe a rischio di vita chi sorveglia, con l’aggravante di bruciare il posto da controllare. Però ci sarebbero stati dei bei funerali, su cui piangere tanto, magari i giornalisti “perbene” avrebbe fatto un articolo con encomio solenne, avremmo un morto in più e un martire in più. Il fine di Ultimo non era questo, e ora paga lo scotto di aver preferito mettere le manette a chi, latitante per anni, ha messo a ferro e fuoco il Paese, piuttosto che creare un martire da piangere in più.
Che cosa spinge i procuratori di Palermo e i giornalisti “perbene”, a COPRIRE i veri responsabili nell’arma dei carabinieri? Cominciamo a fare nomi, cognomi, ruoli ricoperti e falsità dette, sia all’interno delle istituzione che nella stampa servile.

1) Maggiore Ripollino (mai nominato da Travaglio, da Bolzoni, da Lodato, e da tutta quella gente perbene della stampa che segue i processi da casa perchè non hanno tempo da perdere, tanto ci sono le soffiate delle procure), maggiore dei Carabinieri che, contravvenendo all’ordine di non divulgare la notizia sull’ubicazione del covo, preferì bruciare il territorio dando alla stampa la notizia che la Procura INTERA,
Caselli incluso, aveva deciso di non diramare. Non ci risulta nessun provvedimento per preso, nè accuse di favoreggiamento, per questo atto sconsiderato.
2) Vittorio Aliquò, Procuratore aggiunto di Palermo che durante il periodo dell’arresto di Riina fece di tutto per mandare Ultimo e i suoi uomini a sorvegliare un posto CHE NON FOSSE VIA BERNINI, un luogo chiamato Fondo gelsomino, non abitato, non frequentato, ma secondo lui il vero rifugio di Riina. L’unico modo per continuare a sorvegliare via Bernini è stato assicurare ad Aliquò un controllo anche a Fondo Gelsomino, dimezzando così gli uomini a disposizione, i cui turni erano di 18/20 ore di lavoro al giorno. Lo stesso Aliquò durante il processo che si tenne contro Ultimo e Mori, produsse un documento falso, un falso diario, che Ingroia lodò per la “scrupolosa e minuziosa cronaca del dottor Aliquo’ in presa diretta“, diario in cui si parlava di un incontro con i vertici del Ros avvenuto il 27 gennaio 93, in cui si leggeva: seppur la procura sollecitasse l’effettuazione di una perquisizione nella villa di via Bernini, l’allora colonnello Mori “sembra non avere urgenza e dice che l’osservazione del complesso di via Bernini stava creando tensione e stress al personale operante, accennando alla sua sospensione”. Peccato che quel giorno Mori non era affatto a caltanissetta, ma nell’aula bunker di Rebibbia, INSIEME AD INGROIA, PER INTERROGARE CIANCIMINO. Ma non era un errore di data, perchè quella riunione non c’er mai stata. Nonostante tutto questo materiale falsificato per trame che non ci è dato sapere, nessuno avverte la necessità di aprire un fascicolo su Aliquò, un teste che produce documenti falsi in tribunale durante un processo per mafia, non deve essere così interessante, agli occhi di un PM.

3)Il generale dei Ros Sabato Palazzo, che tolse continuamente personale a Ultimo durante le operazioni, lo punì subito dopo l’arresto, smembrò la squadra, e fece di tutto per mandare Ultimo e i suoi uomini lontano dai Ros. Fu colui che diramo’ un’ansa in cui mise in chiaro il vero nome di Ultimo per la prima volta rendendo pubbliche le sue generalità. A seguito di un blitz anticamorra a Pozzuoli, è stato chiamato a rispondere a reati quali corruzione, falso, favoreggiamento aggravato e abuso d’ufficio. Questo signore, non è mai stato nominato da nessun giornalista (o siamo più informati di Bolzoni e Travaglio, o questi due OMETTONO VOLUTAMENTE di parlare di questa simpatica gente. Si fa notare, che per quanto riguarda invece la caccia a Provenzano, Cancemi disse al generale Palazzo il posto e l’ora in cui avrebbe potuto trovare il boss, ma non solo non andò lui, ma non fece andare neanche nessuno all’appuntamento. Vietato cacciare Provenzano, quindi, era prerogativa di Palazzo, non di Mori. Ma se aspettate che questi fatti escano su repubblica, diventeremo vecchi rimanendo ignoranti.

4)Antonio Ingroia, il 19 febbraio 2005, dopo la richiesta di archiviazione che fece dopo le udienze preliminari, dichiarò: “per noi sarebbe difficile andare a rappresentare un’accusa alla quale non crediamo“. Dopo l’intervento del Gip Vincenzina Massa che ordinò l’invito coatto a procedere (lo stesso GIP che scrisse qualcosa di una cassaforte strappata dalle mura di casa.. quando si vede anche oggi, ancora lì intonsa, non si capisce come fa fare le indagini, questo GIP) cambio’ linea e in 15 giorni riformulò l’accusa in base a prove inconfutabili, a suo dire, che però in tribunale non mostrò mai. Non solo, pur ritenendo Ultimo e Mori colpevoli (nonostante chiese l’assoluzione finale), fu deciso di non procedere in appello in tribunale, ma in televisione da Santoro. Il circo si chiude. Ci domandiamo: perchè un uomo che crede così fortemente nelle istituzioni e nella giustizia, decide di proseguire il processo in TV invece che in un’aula di tribunale? E cosa ha mai trovato di così pesante, quei 15 giorni di lavoro, che non avesse potuto trovare prima durante le indagini preliminari e durante l’udienza preliminare, durate anni? Prove inconfutabili, a suo dire, ma mai mostrate in dibattimento. Chi ha convinto Ingroia a cambiare parere?

5) Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica, l’uomo che adesso fa gli scoop su Riina e Massimo Ciancimino. E’ lo stesso Bolzoni che balbettava davanti al giudice, chiamato a testimoniare? E’ lo stesso Bolzoni che incalzato su alcuni fatti di cui ha scritto in passato è stato in grado di rispondere “non ricordo, non ho riletto il libro”? Come si fa a scordare il contenuto di un libro scritto da se stesso? E’ lo stesso Bolzoni che si trincerava dietro il segreto professionale per non rispondere agli avvocati e al presidente di tribunale? Lo stesso Attilio Bolzoni che dopo la sentenza di assoluzione “perchè il fatto non costituisce reato” scrisse su Repubblica che un reato era andato in prescrizione approfittando dell legge Cirami? E’ lo stesso Bolzoni che ora scrive che il teste Ultimo è stato assolto per insufficienza di prove? Tranquillo, Bolzoni, ora gliele costruiscono, le prove. A costo di chiamare Riina in soccorso. Ma… a parte lui (e qualche altro collaboratore che poi è stato smentito da altri suoi pari) quel papello, l’ha mai visto qualcun altro?

6)Sandro Provvisionato, è il giornalista che in posta privata si vantò con me per aver sollevato per primo i dubbi sulla perquisizione del covo. Disse che aveva scritto tutto su un libro e che non fu querelato da nessuno, e per questo deve essere vero. Ci sono milioni di persone non querelate mai da nessuno, eppure scrivono un mare di bestialità. Però lo possono fare, sono giornalisti, loro. Sono persone “perbene”.

7) Saverio Lodato: giornalista de L’Unità, che davanti al giudice si scusò per aver scritto cose non vere, e chiedeva scusa ai suoi lettori, perchè il periodo di riferimento, gennaio ’93, era inesperto e non sapeva ancora molte cose. Il giorno dopo, usci’ di nuovo un articolo al vetriolo con infamie, le stesse di cui si scusava davanti al giudice. Era Lodato che scrisse il libro insieme a Travaglio “Gli Intoccabili”? E’ sempre sul libro di Travaglio e Lodato che si trovano tutte le informazioni contenute sul diario di Aliquò che poi si scoprì essere un falso? Dobbiamo supporre che la fonte di Travaglio e Lodato sia Aliquò, un teste che ha disperso energie nelle fasi della cattura, che dimezzò la squadra mandandola altrove e che poi produsse in dibattimento un documento falso su cui nessuno fece obiezione neanche dopo che fu scoperto il falso? Il circo si richiude.

>Sono sempre loro, si dividono, si riuniscono, ma gli attori protagonisti sono sempre loro: i giornalisti sopra citati, i PM e chi ha lavorato con e per loro.

Ci sono cose che poi non riusciamo a capire. Come mai un pentito ascoltato mentre parla con i suoi durante un’intercettazione ambientale, viene creduto meno di uno che collabora a richiesta e per interessi personali?

Chi è che sta trattando con la mafia, quindi: i giudici di adesso che chiedono l’aiuto di Riina e di Massimo Ciancimino (che è l’unico che è riuscito a far credere di ricordare solo dopo un anno di processo di avere un DISCHETTO con tutti i tabulati dei ROS sulla mancata cattura di Provenzano. E qui non vado oltre, perchè chi sa un po’ di informatica sa che la cosa è praticamente impossibile).

Non è trattare con Cosa Nostra, questa ricerca ossessiva di prove per un papello che, a parte Bolzoni, nessuno prima aveva mai sentito nominare? Ne hanno parlato alcuni collaboratori di giustizia perchè (cito testualmente) l’hanno “saputo leggendo Repubblica”.

E perchè, se Riina era stato venduto, non l’hanno messo nelle mani dei carabinieri locali, invece di chiamare Ultimo che stava lavorando in tutt’altra zona, all’epoca?

E perchè, se doveva essere consegnato, Aliquò non voleva che si controllasse via Bernini ma spostò l’attenzione su Fondo Gelsomino? Nessuno l’avrebbe arrestato, Riina (come fu per i 30 anni precedenti), se si fosse sorvegliato il posto sbagliato.

Come mai, nel processo di Ultimo, non furono tartassate di domande persone come Caselli, che si limitò a leggere le vecchie relazioni di 15 anni prima, senza tentare neanche di ricordare cosa fosse avvenuto? E perchè Caselli non si presenta nemmeno ai processi chiamato come teste (faccio riferimento al processo Mori Obinu), motivando con “impossibilitato per motivi personali”? Manca solo Bolzoni che dice “a casa la sapevo” e sembra una fiction. E ci sarebbe da ridere, ma non è una comica, è la giustizia italiana, che fa autocertificare il capo della mafia (che negava anche l’esistenza della mafia stessa) della propria innocenza, e che mette alla gogna un capitano dei carabinieri, che per due milioni di vecchie lire al mese, si ritrova dopo la duomo connection, dopo le indagini quotidiane sull’ecomafia, dopo l’arresto di Ganci, di Riina e di innumerevoli altri, ad essere linciato mediaticamente. Proprio come lo fu Falcone a suo tempo. Nessuno ha mai pagato per le infamie, finora. Mi auguro che comincino da oggi, però.

Tutte le dichiarazioni fatte per questo articolo, posso essere verificabili dalle udienze dei singoli testi deposte in tribunale, ormai atti pubblici perchè l’assoluzione è passata in giudicato a da qualche annetto, ormai. Checchè se ne dica in giro, e nonostante le insinuazioni di chiunque. Invito chiunque a un confronto pubblico sul caso, incluso Salvatore Borsellino, che da come parla, sembra molto più informato dei magistrati stessi. Eppure anche lui parla di cassaforte strappata dalle mura. Non sappiamo se informato male (imbeccato, direi) o in buona fede. Difficilmente però si insinua il dubbio con la buona fede e con precise accuse.





Boicottiamo l’antimafia salottiera!

25 07 2009

L’antimafia è una cosa giusta e sacrosanta ma certi giornalisti talvolta riescono a farsi prendere troppo la mano con la scusa di preparare nuovi e grandiosi scoop. Succede allora che non si rendano più conto di essere entrati in un meccanismo che porta a generalizzare e confondere i ruoli con i responsabili di tutto ciò che di male esiste in Italia. Borsellino era un uomo di Stato, ma se un mafioso lo avesse accusato ingiustamente, secondo voi, avremmo fatto bene ad ascoltarlo? Noi pensiamo di no...

Di seguito pubblichiamo la risposta del comandante Ultimo a Bolzoni,  giornalista di Repubblica.

Ultimo risponde agli attacchi di Bolzoni

www.censurati.it

Le velenose insinuazioni e le offese che Attilio Bolzoni propala dal quotidiano La Repubblica contro le Istituzioni e contro valorosi servitori dello Stato sono l’ultima operazione di terrorismo giornalistico che lo contraddistingue da tempo come zelante scrivano al servizio del suggeritore e della lobby editoriale o giudiziaria di turno.

Questa volta siamo di fronte ad una ignobile manovra eversiva il cui risultato più immediato è la riabilitazione e la legittimazione di un criminale del calibro di Riina Salvatore e dello stragismo corleonese. Ancora una volta, dopo un decennio di articoli falsi, dopo un processo pubblico e una chiara sentenza di assoluzione, Attilio Bolzoni infanga la trasparenza e l’efficacia dell’operazione con cui è stato catturato Riina e le azioni collegate e successive. E’ necessario che i giovani e i cittadini onesti sappiano che la lotta contro Cosa Nostra è un patrimonio del popolo e non lo scettro di potere e di privilegio di elite giornalistico-giudiziarie settarie e di parte, forse infiltrate da Cosa Nostra.
Diffidate di questa antimafia salottiera e settaria, abbiate fiducia nello Stato e nei suoi servitori che con coraggio, mentre tutti rimanevano inermi e indifferenti, hanno affrontato, scovato e scardinato Riina Salvatore e i suoi Corleonesi, senza patti e senza ricatti. L’unica trattativa che io conosca, perché ammessa pubblicamente, è quella tentata dal quotidiano La Repubblica con i Talebani del latitante Osama Bin Laden per la liberazione di un giornalista italiano. Evidentemente quella della trattativa è la loro cultura. Non la mia. Vergogna!

Onore a tutti i combattenti caduti contro la mafia.

Ultimo

riina








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